Roma – “Non aspettare il lieto fine”. Nel nuovo romanzo di Alessandra Esposito la felicità si cerca nell’intanto. Ci sono storie che nascono dall’immaginazione e altre che arrivano quasi in punta di piedi, chiedendo soltanto di essere ascoltate. “Il lieto intanto”, appartiene a questa seconda categoria. All’origine del libro c’è una storia vera, condivisa con una persona speciale che ha trovato il coraggio di aprirsi, affidando alla scrittrice frammenti delicati della propria esistenza. Un incontro umano prima ancora che letterario, diventato il punto di partenza di un percorso narrativo nel quale realtà e immaginazione si intrecciano, dando vita a una storia capace di parlare a molti. «Quando mi è stata affidata questa storia, ho sentito prima di tutto una grande responsabilità. C’erano una vita, delle emozioni, delle fragilità e soprattutto la fiducia di una persona che aveva scelto di raccontarsi. Ho capito che non volevo semplicemente riportare ciò che era accaduto, ma provare a dare voce anche a tutto quello che spesso rimane in silenzio. Scrivendo, mi sono resa conto che quella storia, pur appartenendo a una persona, poteva diventare lo specchio di tante altre esistenze. È stato allora che ho sentito davvero il bisogno di trasformarla in un romanzo». Dopo le sue due precedenti pubblicazioni legate al mondo dei Frammenti, Alessandra Esposito sceglie dunque la forma del romanzo per approfondire una ricerca che da sempre caratterizza la sua scrittura: l’esplorazione delle emozioni, delle relazioni e di quelle trasformazioni interiori che, silenziosamente, possono cambiare il corso di una vita.
Alma, una donna e il difficile coraggio di scegliersi
Al centro della narrazione c’è Alma, una donna che attraversa la complessità dei legami umani, le contraddizioni dei sentimenti e il difficile cammino verso una maggiore consapevolezza di sé. La sua vicenda diventa occasione per interrogarsi su questioni universali: quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi per amore? Quanto a lungo possiamo restare in una vita che non ci assomiglia più? E quando arriva il momento in cui smettiamo di aspettare che qualcosa cambi e troviamo finalmente il coraggio di scegliere? “Il lieto intanto” non propone risposte semplici, né racconta una rinascita improvvisa. Si muove piuttosto in quello spazio profondamente umano nel quale convivono paura e desiderio, fragilità e determinazione, bisogno di appartenenza e ricerca della propria libertà. È una storia che invita a riflettere su quanto possa essere difficile riconoscere la propria voce quando, per troppo tempo, ci si è abituati ad ascoltare soprattutto quella degli altri. Il kintsugi: quando le ferite diventano oro. A raccontare simbolicamente l’anima del romanzo è anche la sua copertina, ispirata al kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare gli oggetti in ceramica valorizzandone le fratture attraverso l’oro.









