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ITALIA, UN PAESE CON IL FRENO A MANO TIRATO SULL’ECONOMIA

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Business man showing his empty pockets on gray background

di Ferdinando Capuozzo

Se dovessimo spiegare lo stato di salute dell’economia italiana a fine estate 2026, l’immagine più efficace sarebbe quella di un’automobile che tenta di salire in montagna con il freno a mano tirato. La crescita resta debole, l’inflazione è tornata a farsi sentire e il debito pubblico continua a viaggiare su livelli elevatissimi. Il problema, dunque, non è soltanto quanto corre oggi l’economia italiana, ma quanto poco riesca ad accelerare quando avrebbe bisogno di farlo. È questo il vero paradosso del Paese. L’Italia non è priva di ricchezza, risparmio, imprese competitive e competenze. Il problema è che una parte rilevante di queste energie non riesce a trasformarsi in nuova crescita. Produttività stagnante, demografia sfavorevole, investimenti insufficienti, costo dell’energia e peso del debito sono i principali freni di un’economia che da troppo tempo procede a bassa velocità. Per questo il punto non è soltanto stabilire se il PIL cresca dello 0,5 o dello 0,6 per cento. La domanda vera è perché, dopo decenni di crescita modesta, l’Italia continui a non riuscire ad aumentare strutturalmente la propria capacità produttiva. Qui si misura il limite dell’azione dell’attuale Esecutivo. La stabilità politica è certamente un valore, ma non può diventare il criterio con cui misurare la qualità di un Governo. La durata non è un risultato economico. La domanda è un’altra: dopo gli anni trascorsi a Palazzo Chigi, l’Italia è oggi più produttiva, più competitiva, più capace di attrarre investimenti e creare lavoro qualificato? La risposta dovrebbe arrivare dai numeri, non dalla propaganda.

Il primo freno è la produttività. Senza produttività non aumentano stabilmente salari e redditi e la competitività delle imprese rimane fragile. Il secondo è la demografia: una popolazione che invecchia e una forza lavoro che tende a ridursi impongono di aumentare occupazione, partecipazione femminile, formazione e capitale umano. Il terzo è l’energia, che continua a pesare sulla competitività delle imprese e sul bilancio delle famiglie.

Il quarto riguarda gli investimenti. Il PNRR rappresenta una grande opportunità, ma il suo successo non si misura soltanto nella capacità di spendere le risorse o rispettare le scadenze. Si misurerà nella capacità di trasformarle in infrastrutture migliori, innovazione, efficienza della pubblica amministrazione e maggiore produttività. Se alla spesa non seguirà una crescita strutturale, avremo semplicemente finanziato un ciclo di investimenti senza modificare abbastanza il motore dell’economia. C’è poi la questione fiscale. L’articolo 53 della Costituzione impone capacità contributiva e progressività. Un sistema credibile deve essere più semplice, ma anche più efficace nel contrasto all’evasione. La semplificazione non può diventare una rinuncia alla riscossione, così come le sanatorie non possono trasformarsi in una politica fiscale strutturale. Il risanamento non può continuare a gravare soprattutto sui contribuenti più facilmente individuabili.

A tutto questo si aggiunge uno scenario internazionale più difficile: guerre, dazi, protezionismo e instabilità energetica espongono un Paese fortemente integrato nei mercati mondiali. Per questo servono una politica industriale più lungimirante, nuovi mercati, innovazione e maggiore autonomia energetica. All’Italia serve, insomma, un cambio di passo: meno misure frammentarie e più strategia. Produttività, capitale umano, energia, investimenti, demografia e fisco non sono capitoli separati. Sono i meccanismi dello stesso motore. Il problema dell’Italia, allora, non è soltanto trovare più benzina. È togliere il freno a mano.

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